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Eurolega, per la Virtus il rischio esclusione pesa più dei 50 milioni

Eurolega, per la Virtus il rischio esclusione pesa più dei 50 milioni

Un impegno proposto da cinquanta milioni di euro per restare dentro, non un pagamento già effettuato. Ma il punto, per la Virtus Bologna, è ancora più duro: essere disposta a investirli potrebbe non bastare. Il bivio dell’Eurolega non riguarda soltanto chi controllerà la competizione. Riguarda chi avrà il diritto di farne parte. Per Bologna preferisco il percorso delle licenze: la proposta ha termini identificabili, ma non garantisce l’ammissione. Un impegno proposto di 50 milioni in dieci anni e una selezione di 8 società su 11 candidature permettono di distinguere costo, durata e ostacolo all’ingresso. La prospettiva NBA, invece, non può essere scambiata automaticamente per un invito.

La riunione del 5 ottobre e le proposte per il futuro

La riunione dei club proprietari dell’Eurolega era indicata nelle ricostruzioni di Il Resto del Carlino e Quotidiano Nazionale, VuNereBologna e BolognaBasket.org per il 5 ottobre a Villa d’Este, a Cernobbio, con l’Olimpia Milano a ospitarla. Il quadro riportato va letto come una discussione sulle proposte per il futuro, non come un’assegnazione già avvenuta.

Per il progetto delle licenze, le ricostruzioni citate riportavano 13 club proprietari e la selezione di altre 8 società tra le 11 che avevano presentato proposte vincolanti, compresa la Virtus, nel percorso verso 21 licenze pluriennali complessive. L’impegno proposto era di 50 milioni di euro in dieci anni. In assenza di un accordo NBA, lo scenario prevedeva un ampliamento a 24 squadre: il numero delle partecipanti proposte è dunque distinto da quello delle 21 licenze pluriennali, senza che questi dati definiscano le modalità di accesso per gli altri posti. Milano dispone già di una licenza garantita.

Alle stesse ricostruzioni è attribuita anche l’ipotesi di una possibile acquisizione da parte della NBA, che trasformerebbe di fatto la competizione in una “NBA Europe”: uno scenario accostato a quanto prospettato da Massimo Zanetti. I richiami delle diverse testate non costituiscono, da soli, conferme indipendenti. Si tratta di un’ipotesi distinta dal progetto di ampliamento e assegnazione delle licenze, non della stessa proposta con un nome diverso.

È qui che emerge lo squilibrio decisivo per il basket italiano. Milano può ragionare sul valore del proprio posto; Bologna deve prima assicurarsi di averne uno. Non è una sfumatura burocratica. Una società che può programmare la presenza nella competizione affronta diversamente le scelte sul gruppo, sul lavoro tecnico e sulle risorse da destinare alla squadra. Chi deve conquistare anche l’accesso istituzionale porta al tavolo un problema in più.

La licenza è cara, ma rende leggibile il traguardo

I 50 milioni non sono una dimostrazione automatica di forza. Sono un impegno che va giudicato per ciò che consentirebbe di ottenere: diritti di partecipazione pluriennali, non una squadra vincente né una presenza incondizionata. Pagare per entrare e spendere per competere sono due esigenze diverse. Confonderle sarebbe il modo più rapido per celebrare una vittoria societaria e ritrovarsi poi con un problema sportivo.

Cinquanta milioni di euro in dieci anni rappresentano una media aritmetica di 5 milioni all’anno, senza che questo implichi rate uguali o permetta di stabilire l’effetto sul budget della squadra.

Otto posti non trasformano undici offerte in undici diritti

Il passaggio più scomodo è la selezione. Il rapporto tra 8 posti e 11 candidature vincolanti rende evidente che la disponibilità economica non equivale all’ammissione. Bologna non può leggere il proprio impegno come una garanzia: deve ottenere la licenza, non soltanto dichiararsi pronta a sostenerne il costo.

Il significato sportivo e politico è netto: il progetto di ampliamento contiene comunque una porta che può chiudersi. Per la Virtus, il rischio peggiore è proprio questo. Accettare la logica del nuovo sistema e restarne ugualmente fuori.

La NBA non è una scorciatoia per Bologna

Il fascino dell’ipotesi NBA è comprensibile. Un cambio di controllo potrebbe aprire opportunità commerciali e modificare il modo di presentare il basket europeo. Ma sono possibilità, non ragioni sufficienti per preferire quella strada nell’interesse della Virtus. Il prestigio del soggetto che compra non coincide con la tutela di chi vuole partecipare.

Per giudicare favorevolmente una trasformazione bisogna valutarne l’effetto sulla posizione del club, non soltanto l’ambizione del progetto. L’aver prospettato uno scenario non assegna a Zanetti, e quindi alla Virtus, un diritto d’ingresso. Anticipare una direzione e beneficiarne sono cose diverse.

Se la nuova competizione garantisse a Bologna centralità e continuità, la valutazione cambierebbe. Il confronto deve riguardare condizioni di accesso e durata dei diritti, non la sola forza del nome.

Milano ha la licenza, Bologna deve ancora assicurarsela

La licenza già garantita a Milano rende ancora più importante il destino bolognese. Il contrasto è concreto: l’Olimpia ha una certezza di partecipazione sulla quale ragionare, mentre la Virtus deve ancora ottenere quel diritto. Valutare allo stesso modo la posizione dei due club significherebbe ignorare proprio il problema decisivo per Bologna.

Resta una contraddizione: preferire per Bologna il sistema delle licenze non significa, per me, considerarlo il modello ideale per tutto il basket. Legare l’appartenenza a un impegno economico protegge chi entra, nei limiti dei diritti riconosciuti, ma rende più difficile il percorso di chi resta fuori. È una difesa dell’interesse della Virtus, non un elogio dell’accesso a pagamento.

Il criterio con cui valutare le proposte associate alla riunione del 5 ottobre è dunque preciso: diritti di partecipazione pluriennali, accompagnati dalla capacità di costruire una squadra competitiva. Né il marchio NBA né la cifra dei 50 milioni bastano da soli. La Virtus deve evitare di diventare spettatrice della nuova era, ma anche di consumare tutte le proprie ambizioni nel prezzo del biglietto d’ingresso.