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Berrettini racconta le minacce anche a Jacopo, il tennis deve rispondere

Matteo Berrettini — Berrettini racconta le minacce anche a Jacopo, il tennis deve rispondereFoto: Vbrunophotog · Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0)

Matteo Berrettini ha raccontato di messaggi intimidatori ricevuti in passato e del disagio provato in campo per la presenza, attorno ai campi, di persone che cercavano di disturbare gli incontri, secondo quanto riportato da Il Post e ANSA. Nel racconto ripreso dalle due testate c’è anche una minaccia rivolta al fratello Jacopo, a sua volta professionista, durante il Roland Garros: a inviarla, qualcuno che aveva scommesso sulla sconfitta di Matteo.

Nel racconto di Berrettini ci sono due piani distinti: i messaggi intimidatori e le persone che cercano di disturbare gli incontri attorno ai campi. Confonderli porta a risposte troppo generiche. Per il primo servono strumenti di segnalazione e assistenza; per il secondo entra direttamente in gioco l’organizzazione del torneo.

È la minaccia a Jacopo a spostare definitivamente la questione fuori dal recinto delle polemiche sportive. Il bersaglio non è più soltanto il giocatore sul quale è stata fatta una previsione, ma una persona della sua famiglia. Trattare episodi del genere come il prezzo della visibilità significa chiedere agli atleti di assorbire un rischio che il sistema dovrebbe contribuire a gestire.

Jacopo non è un dettaglio nella denuncia di Matteo

Il fatto che anche Jacopo giochi a tennis non rende la minaccia una faccenda interna al circuito. Al contrario, mette in evidenza quanto sia sbagliato confinare la protezione al perimetro dell’incontro. Una partita ha un inizio e una fine; l’intimidazione rivolta a un familiare cerca un accesso alla vita del giocatore che il risultato non può chiudere.

Da qui dovrebbe partire la risposta ai messaggi intimidatori. Il diritto di analizzare una prestazione non comporta alcun diritto sul giocatore. Chi formula un pronostico si assume l’incertezza della propria valutazione; non acquista una prestazione, un risultato o la disponibilità dell’atleta a ricevere insulti. La sconfitta di una previsione non crea un debito a carico di chi scende in campo.

ATP e tennis italiano devono rispondere sulla protezione

Che cosa dovrebbe garantire ai giocatori la protezione offerta dall’ATP e dalle istituzioni del tennis italiano davanti a messaggi intimidatori come quelli raccontati da Berrettini? La domanda merita più di un’accusa generica di immobilismo. Nessuna organizzazione sportiva può impedire da sola a chiunque di inviare un messaggio, né sostituirsi alle autorità competenti. Ma questo limite non può diventare l’alibi per lasciare al singolo tutta la gestione dell’accaduto.

Il criterio per giudicare la risposta alle minacce è concreto: quanto lavoro viene tolto alla persona che le riceve? Se è il giocatore a dover capire a chi rivolgersi, come conservare i messaggi e come coordinare la segnalazione mentre prepara una partita, la protezione resta un problema individuale. Un’assistenza efficace dovrebbe fare l’opposto: rendere semplice chiedere aiuto e affidare la gestione a persone preparate.

Una procedura riconoscibile, non soltanto solidarietà

All’ATP va chiesto un contatto accessibile per segnalare i messaggi intimidatori; agli organizzatori dei tornei, un percorso per portare le segnalazioni di disturbo a bordo campo ai responsabili della sicurezza; alle istituzioni del tennis italiano, assistenza nell’orientarsi tra denuncia e rapporti con le autorità competenti. Sono responsabilità proposte e parametri con cui misurare la tutela, non servizi di cui si possa presumere l’assenza. Il percorso di assistenza per i messaggi dovrebbe comprendere anche le intimidazioni contro i familiari quando vengono usate per colpire il tennista.

Nella gestione di queste segnalazioni, la riservatezza è un compromesso necessario. Rendere pubblico ogni passaggio può esporre ulteriormente chi denuncia; nascondere tutto dietro la riservatezza, però, impedisce di capire se il sistema funziona. La strada da seguire deve proteggere le persone ma rendere valutabile il servizio: chiarezza sulle procedure, sulle responsabilità e sul seguito dato alle segnalazioni, senza diffondere dettagli sensibili.

Attorno al campo la sicurezza riguarda anche la partita

Un pubblico partecipe è parte del tennis. La vicinanza agli atleti può rendere un incontro più intenso e coinvolgente. Non vorrei tribune sterilizzate, né spettatori trattati tutti come potenziali responsabili. Ma la partecipazione del pubblico e l’intimidazione non possono essere difese con lo stesso argomento. La sicurezza deve saper distinguere il sostegno, anche rumoroso, da un comportamento diretto a interferire con il giocatore.

Non serve aspettare che un episodio diventi il tema di una conferenza stampa per considerare questa distinzione una priorità. Chi è in campo deve poter segnalare una situazione senza essere costretto a negoziare personalmente con chi la provoca. È una tutela della persona e, insieme, delle condizioni nelle quali si disputa l’incontro.

Il racconto sportivo deve tenere ferma la responsabilità

La responsabilità riguarda anche chi racconta il tennis. Nella cronaca di un incontro il punteggio descrive ciò che succede, non misura il valore umano di chi gioca. Nel commento sulle scommesse una preferenza deve restare un’analisi esposta all’errore.

Le scommesse sono riservate ai maggiorenni e richiedono gioco responsabile. Questo richiamo non sostituisce però il punto centrale: nessuna perdita giustifica una minaccia, e la responsabilità dell’intimidazione appartiene a chi la compie, non all’atleta che ne diventa bersaglio.