Le notizie sull’esonero di Grosso e sulla possibile vertenza con la Fiorentina provengono da ricostruzioni attribuite a La Nazione, Sportmediaset e Fanpage, non confermate indipendentemente. L’esonero nella notte di domenica 6 settembre, dopo tre sconfitte consecutive e zero punti, sarebbe maturato dentro una rottura con il direttore sportivo Fabio Paratici sulle scelte di mercato. Al tecnico viene attribuita la frase «se mi vuoi bene mandami via». La società starebbe valutando provvedimenti disciplinari per una presunta violazione degli obblighi contrattuali, con la possibilità di una vertenza di lavoro, essendo Grosso ancora sotto contratto. La possibilità di un’azione riportata nelle ricostruzioni non equivale alla conferma del suo deposito. Al suo posto è tornato Paolo Vanoli, già subentrato a Stefano Pioli e capace di ottenere la salvezza nella stagione precedente.
La Fiorentina può discutere il comportamento di Fabio Grosso, ma non può usare un possibile contenzioso per chiudere il processo alle proprie scelte. È questo il punto centrale nell’addio al tecnico: la responsabilità contrattuale di un allenatore e quella sportiva di chi lo sceglie sono due questioni diverse. Anche un’eventuale ragione sul primo terreno non cancellerebbe gli errori sul secondo.
Tre sconfitte che impongono domande anche a chi decide
Il quadro sportivo dopo le prime tre giornate è netto: sconfitta per 4-0 in trasferta contro la Roma, 3-0 subito in casa contro il Frosinone, quindi 2-1 interno contro il Torino. Non è soltanto una partenza senza punti.
Il 4-0 contro la Roma è già pesante, ma il successivo 0-3 casalingo contro il Frosinone impedisce di archiviare l’esordio come un incidente legato esclusivamente alla forza dell’avversario. Il 2-1 contro il Torino aggiunge un’altra sconfitta, non una prova sufficiente di correzione della rotta: questi risultati sostengono un giudizio sportivo severo, senza spiegare da soli come si sia arrivati alla rottura.
Questi punteggi giustificano una valutazione severa del lavoro di Grosso. Il rendimento è chiaramente insufficiente, ma attribuire tutto all’allenatore sarebbe una spiegazione comoda. Chi costruisce il rapporto fra rosa, mercato e guida tecnica deve rispondere della sua tenuta.
Paratici non può restare fuori dal giudizio
La sequenza Pioli, Vanoli, Grosso e ancora Vanoli pone una questione di metodo prima ancora che di nomi. È una domanda rivolta al club, non la dimostrazione che Paratici abbia deciso personalmente ogni nomina. Quando si torna al tecnico che aveva già risolto un’emergenza, la domanda non è soltanto perché il successore abbia fallito. È perché si sia ritenuto opportuno cambiare strada e quali condizioni dovessero rendere sostenibile quella scelta.
Il compito di un direttore sportivo non finisce con l’individuazione di un allenatore. Comprende la verifica della compatibilità fra le sue richieste e il progetto del club. Se la rottura sulle scelte di mercato riportata nelle ricostruzioni fosse confermata, sarebbe proprio questa compatibilità a dover essere messa in discussione: quali divergenze esistevano e come sono state affrontate prima dell’esonero? Non significa concedere all’allenatore ogni acquisto. Significa definire chi decide e dentro quali limiti.
Una lettura concentrata soltanto sull’uscita di Grosso è insufficiente. Se il dissenso sul mercato è stato effettivamente alla base della rottura, la vicenda investe esattamente l’area che Paratici deve governare: il rapporto fra decisioni di mercato e responsabilità della panchina. Questo identifica il suo ambito gestionale, non dimostra una sua colpa personale: per attribuirla servirebbero elementi sulle decisioni prese e sulla gestione del confronto. Un direttore può scegliere di contraddire il proprio allenatore, anche legittimamente. Deve però mettere in conto le conseguenze e gestirle, non considerarle un problema esclusivamente altrui.
La frase attribuita a Grosso non assolve nessuno
«Se mi vuoi bene mandami via» è una frase che sposta l’attenzione sul rapporto personale. Se letta nel contesto della ricostruzione, restituisce l’immagine di una collaborazione arrivata al capolinea. Non basta, da sola, a stabilire una violazione contrattuale: quella è una valutazione giuridica, non un giudizio da ricavare dal tono di uno sfogo.
Vanoli deve riparare la squadra, non coprire gli errori del club
Per Vanoli il primo banco di prova è interrompere la sequenza delle sconfitte. Dopo Roma, Frosinone e Torino, la priorità non cambia in funzione dell’avversaria: serve una risposta sul campo, senza considerare già risolta nessuna gara.
Il ritorno a una guida già conosciuta può ridurre il tempo necessario per ricostruire un linguaggio comune. È un possibile vantaggio gestionale, non una garanzia tecnica. A Vanoli chiederei soprattutto chiarezza: compiti comprensibili, responsabilità definite e una squadra capace di restare dentro la partita. Dopo uno 0-4 e uno 0-3, la stabilità viene prima delle promesse di spettacolo.
Un risultato favorevole aiuterebbe la classifica, ma non dimostrerebbe automaticamente che la gestione precedente fosse corretta. Migliorare i risultati e provare la solidità delle scelte del club restano due cose diverse.
